Quando tutto diventa un disturbo: il rischio dell’autodiagnosi sui social

“Ho visto un video sull’ADHD e mi sono riconosciuto in tutto.”

“Penso di avere un trauma irrisolto.”

“Forse ho un disturbo d’ansia, perché penso continuamente al peggio.”

Sono frasi sempre più comuni. Negli ultimi anni, social media come TikTok, Instagram e YouTube hanno reso i contenuti sulla salute mentale estremamente accessibili. Questo ha avuto anche effetti positivi: parlare di psicologia online può ridurre lo stigma, aumentare la consapevolezza e incoraggiare alcune persone a chiedere aiuto.

Allo stesso tempo, però, la diffusione di informazioni psicologiche semplificate può rendere più difficile distinguere tra una normale esperienza emotiva, una difficoltà psicologica e una condizione clinica.

La ricerca più recente sta iniziando a studiare proprio questo fenomeno: come i contenuti sulla salute mentale influenzino il modo in cui interpretiamo noi stessi e le nostre esperienze.

Informarsi sulla salute mentale non è un problema

È importante fare una distinzione. Cercare informazioni sulla propria salute mentale non è necessariamente negativo.

Al contrario, una maggiore alfabetizzazione psicologica può aiutare le persone a riconoscere segnali di disagio, comprendere meglio le proprie emozioni e sapere quando può essere utile chiedere supporto.

Il problema nasce quando un contenuto informativo viene trasformato automaticamente in una conclusione diagnostica.

Un video che descrive dieci caratteristiche dell’ADHD, per esempio, può far riconoscere alcuni comportamenti presenti nella propria vita. Ma riconoscersi in una lista di caratteristiche non equivale a soddisfare i criteri diagnostici di un disturbo.

Un sintomo non è una diagnosi

Molte esperienze psicologiche sono comuni alla popolazione generale.

Tutti possiamo avere difficoltà di concentrazione, periodi di ansia, problemi di sonno, procrastinare, sentirci sopraffatti o avere difficoltà a gestire le emozioni.

La differenza tra un’esperienza comune e una condizione clinicamente significativa non dipende dalla presenza di un singolo sintomo.

Una valutazione psicologica considera, tra gli altri aspetti, la frequenza, la durata, l’intensità, il contesto, la storia della persona e l’impatto che le difficoltà hanno sul funzionamento quotidiano.

È proprio questo contesto che spesso manca nei contenuti brevi sui social.

Perché ci riconosciamo così facilmente nei contenuti online?

Una delle ragioni riguarda un fenomeno cognitivo noto come confirmation bias, o bias di conferma.

Quando iniziamo a pensare di avere una determinata caratteristica, tendiamo a prestare maggiore attenzione alle informazioni che confermano quella possibilità e meno attenzione a quelle che la contraddicono.

I social possono amplificare questo processo. Gli algoritmi tendono infatti a proporre contenuti simili a quelli con cui abbiamo già interagito. Se iniziamo a guardare video sull’ADHD, sull’ansia o sul perfezionismo, potremmo ricevere progressivamente sempre più contenuti sullo stesso argomento.

Questo può creare una sorta di “bolla interpretativa”, nella quale molte delle nostre esperienze quotidiane vengono lette attraverso la stessa lente.

La ricerca ha iniziato a esplorare proprio questo rapporto tra algoritmi, contenuti sulla salute mentale e costruzione dell’identità psicologica online.

Il potere rassicurante di un’etichetta

Perché, allora, una diagnosi può sembrare così rassicurante?

Dare un nome a ciò che stiamo vivendo può offrire una spiegazione. Può trasformare un’esperienza confusa in qualcosa che sembra comprensibile.

Pensare “non sono semplicemente incapace di concentrarmi, forse ho una spiegazione per questa difficoltà” può ridurre il senso di colpa e favorire una maggiore comprensione di sé.

Questo bisogno di dare un significato alla propria esperienza è umano e comprensibile. Il rischio emerge quando l’etichetta diventa una spiegazione definitiva prima che siano state considerate altre possibilità.

Uno studio recente su giovani adulti che accedevano ai servizi di salute mentale ha evidenziato una relazione tra esposizione a contenuti sulla salute mentale online, importanza attribuita alla diagnosi e processi di autodiagnosi.

Il rischio della patologizzazione del disagio quotidiano

Non ogni esperienza dolorosa è necessariamente un disturbo psicologico.

Essere tristi dopo una perdita, sentirsi ansiosi prima di un esame, essere esausti durante un periodo particolarmente stressante o avere difficoltà ad adattarsi a un cambiamento importante possono essere reazioni psicologiche comprensibili.

Questo non significa che la sofferenza debba essere ignorata. Significa piuttosto che il disagio merita di essere compreso prima di essere necessariamente etichettato.

Anche la ricerca contemporanea mette in guardia dal confondere la presenza di sofferenza con la presenza automatica di un disturbo. La distinzione è particolarmente importante perché un’etichetta può influenzare il modo in cui una persona interpreta sé stessa e le proprie possibilità di cambiamento.

Quando l’autodiagnosi può diventare limitante?

Un’etichetta può essere utile quando permette di comprendere meglio una difficoltà e di accedere a un supporto adeguato. Può però diventare limitante quando viene utilizzata per spiegare ogni comportamento o aspetto della propria personalità.

Per esempio, pensare “ho difficoltà a concentrarmi” apre diverse possibilità: sonno insufficiente, stress, ansia, sovraccarico, ambiente poco stimolante, difficoltà organizzative o, in alcuni casi, ADHD.

Pensare immediatamente “ho sicuramente l’ADHD” restringe invece il campo delle possibili spiegazioni prima ancora di averle esplorate.

Una valutazione psicologica serve anche a questo: non soltanto a confermare un’ipotesi, ma a considerare diverse possibili spiegazioni per ciò che una persona sta vivendo.

Social media e salute mentale: uno strumento, non un professionista

I social possono essere una preziosa fonte di divulgazione psicologica, ma non possono sostituire una valutazione individuale.

Un contenuto online non conosce la nostra storia personale, il nostro sviluppo, il contesto familiare, le esperienze passate o il funzionamento quotidiano.

Inoltre, la qualità dei contenuti varia enormemente. Una revisione recente sottolinea proprio la presenza di informazioni inaccurate o fuorvianti all’interno dei contenuti di salute mentale condivisi online.

Per questo motivo, informarsi può essere un buon punto di partenza, ma non dovrebbe diventare l’unico strumento utilizzato per comprendere il proprio funzionamento psicologico.

Quando può essere utile chiedere supporto psicologico?

Se ti riconosci in determinati contenuti online e questo ti ha portato a interrogarti sul tuo benessere, non è necessario ignorare ciò che senti. Può essere invece utile trasformare la domanda “Che disturbo ho?” in una domanda più ampia:

“Che cosa sta succedendo nella mia vita e di cosa ho bisogno in questo momento?”

Il supporto psicologico può aiutare a esplorare queste difficoltà senza partire necessariamente da un’etichetta, comprendendo i fattori che contribuiscono al disagio e individuando strategie più adatte alla persona.

Contattami per una consulenza psicologica se senti che ansia, difficoltà di concentrazione, perfezionismo, stress o difficoltà nella regolazione emotiva stanno influenzando il tuo benessere quotidiano.

Riferimenti essenziali

  • Corzine, A., & Roy, A. (2024). Inside the Black Mirror: Current Perspectives on the Role of Social Media in Mental Illness Self-Diagnosis. Discover Psychology.
  • Rizwan, B., & Weigle, P. E. (2025). Paging Dr Influencer: Social Media & Psychiatric Self-Diagnosis. Pediatric Clinics of North America.
  • Armstrong, S., et al. (2025). Self-diagnosis in the age of social media: A pilot study of youth entering mental health treatment for mood and anxiety disorders. Acta Psychologica.
  • Mak, K. K. L., Kleitman, S., & Abbott, M. J. (2019). Impostor Phenomenon Measurement Scales: A Systematic Review.
  • American Psychiatric Association (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition, Text Revision (DSM-5-TR).