Sempre produttivi: il rischio di alienarsi da sé stessi

Sempre produttivi, sempre in corsa: il rischio di perdere il contatto con sé stessi

Quante volte ci capita di sentirci in colpa quando non stiamo facendo qualcosa di produttivo? Anche durante il tempo libero, può emergere la sensazione che dovremmo leggere, allenarci, imparare qualcosa, rispondere a un messaggio o portare avanti un progetto. Come se fermarsi fosse una perdita di tempo e ogni momento dovesse necessariamente trasformarsi in un’occasione di crescita.

Viviamo in un contesto in cui essere impegnati, efficienti e orientati agli obiettivi è spesso considerato un valore. Ma cosa succede quando la necessità di fare diventa così pervasiva da non lasciarci più spazio per chiederci come stiamo, cosa desideriamo e quale significato abbia ciò che facciamo?

Il rischio è quello di continuare a funzionare, raggiungere obiettivi e soddisfare aspettative, perdendo progressivamente il contatto con noi stessi.

La società della stanchezza: quando non basta mai

Nel suo libro La società della stanchezza, il filosofo Byung-Chul Han descrive una società in cui la pressione non proviene soltanto da regole o richieste esterne. Sempre più spesso, siamo noi stessi a diventare promotori della nostra prestazione: ci chiediamo di fare di più, migliorare continuamente e sfruttare ogni possibilità.

Il messaggio non è più soltanto «devi farlo», ma «puoi farlo». Ed è proprio qui che il confine tra libertà e obbligo può diventare sottile. Se tutto sembra possibile, ogni limite rischia di essere interpretato come una mancanza personale. Se possiamo sempre migliorare, quando possiamo considerarci abbastanza?

La ricerca di risultati può così trasformarsi in un processo senza una conclusione: un obiettivo raggiunto lascia rapidamente spazio a quello successivo, mentre il riposo viene vissuto come una pausa da recuperare, anziché come una parte legittima della vita.

In questa prospettiva, la stanchezza non riguarda soltanto la quantità di attività che svolgiamo. Può essere collegata anche alla difficoltà di sottrarsi a una richiesta di prestazione che abbiamo interiorizzato e che continuiamo a rivolgerci, persino quando nessuno ce lo sta chiedendo esplicitamente.

Erich Fromm e il rischio dell’alienazione da sé

Una riflessione complementare si ritrova nel pensiero di Erich Fromm, psicoanalista e filosofo umanista che ha dedicato parte della sua opera al rapporto tra individuo e società.

Per Fromm, l’alienazione riguarda anche il modo in cui una persona si rapporta a sé stessa: può arrivare a percepirsi come un oggetto da valutare, utilizzare o migliorare, anziché come un soggetto vivo, capace di sentire, scegliere e attribuire significato alla propria esperienza.

Possiamo riconoscere questa dinamica quando iniziamo a misurare il nostro valore soprattutto attraverso ciò che produciamo, i risultati che otteniamo o il riconoscimento che riceviamo. Il tempo diventa prezioso se genera qualcosa, le relazioni rischiano di essere subordinate agli impegni e persino le passioni possono trasformarsi in ulteriori ambiti in cui dimostrare di essere all’altezza.

A poco a poco, potremmo diventare molto capaci di rispondere alle aspettative, ma meno abituati ad ascoltare i nostri bisogni. Sappiamo cosa dovremmo fare, ma facciamo più fatica a riconoscere ciò che desideriamo davvero.

L’alienazione, in questo senso, non significa necessariamente smettere di funzionare. Al contrario, possiamo apparire efficienti, organizzati e realizzati, mentre sperimentiamo una crescente distanza dalle nostre emozioni, dai nostri desideri e dal significato personale delle nostre scelte.

Quando anche il tempo libero diventa una prestazione

La logica della produttività può estendersi ben oltre il lavoro. Ci iscriviamo a un corso per non rimanere indietro, facciamo attività fisica per raggiungere un ideale, trasformiamo un hobby in un progetto da perfezionare. Persino il riposo può diventare qualcosa da ottimizzare, con l’obiettivo di essere più efficienti il giorno successivo.

Naturalmente, avere obiettivi, impegnarsi e desiderare di migliorare non è di per sé un problema. La motivazione, la disciplina e la realizzazione personale possono essere fonti importanti di soddisfazione.

La questione cambia quando non riusciamo più a distinguere ciò che scegliamo da ciò che sentiamo di dover fare. Quando un’attività non ci interessa più, ma continuiamo a portarla avanti per paura di deludere qualcuno. Quando fermarci genera ansia o senso di colpa. Quando il nostro valore personale sembra diminuire ogni volta che non raggiungiamo un obiettivo.

In queste situazioni, può essere utile domandarsi se stiamo agendo in una direzione che sentiamo nostra oppure se stiamo cercando continuamente conferme del nostro valore attraverso la prestazione.

Ritrovare sé stessi non significa rinunciare a fare

Uscire da questa dinamica non significa abbandonare le proprie ambizioni o rifiutare ogni forma di impegno. Significa, piuttosto, recuperare la possibilità di scegliere come investire il nostro tempo e riconoscere che il valore di un’esperienza non coincide necessariamente con il risultato che produce.

Possiamo iniziare da alcune domande:

  • Sto facendo questa cosa perché la desidero oppure perché temo le conseguenze del non farla?
  • Riesco a riposare senza sentirmi in colpa?
  • Quanto del mio valore personale dipende dai risultati che raggiungo?
  • Quando è stata l’ultima volta che ho fatto qualcosa senza dover essere bravo, utile o produttivo?
  • Se mettessi da parte per un momento le aspettative degli altri, che cosa riconoscerei come importante per me?

Non sono domande a cui rispondere frettolosamente, né esercizi per diventare più efficienti nell’ascolto di sé. Sono occasioni per rallentare e osservare il rapporto che abbiamo costruito con il fare, il riposo e le nostre aspettative.

Può essere utile anche lasciare spazio ad attività che non devono dimostrare nulla: passeggiare senza una meta precisa, dedicarsi a qualcosa senza l’obiettivo di migliorare, stare con qualcuno senza controllare continuamente il tempo. Non come nuove regole da rispettare, ma come possibilità di sperimentare una relazione meno prestazionale con la vita.

Il diritto di essere, oltre a quello di fare

Le riflessioni di Han e Fromm ci invitano a guardare oltre la stanchezza individuale e a considerare anche il contesto culturale in cui impariamo a definire il nostro valore. Non tutto il disagio nasce da una difficoltà personale da correggere: talvolta, è importante interrogarsi anche sulle aspettative che abbiamo interiorizzato e sulle condizioni in cui viviamo.

Forse, allora, la domanda non è soltanto come riuscire a fare tutto senza esaurire le nostre energie. Potremmo chiederci anche perché sentiamo di dover fare così tanto e che cosa temiamo possa accadere se ci fermiamo.

Recuperare il contatto con sé stessi significa poter riconoscere i propri limiti senza considerarli fallimenti, coltivare desideri che non siano soltanto risposte alle aspettative esterne e concedersi momenti che non debbano essere giustificati da un risultato.

Non siamo soltanto ciò che realizziamo. E non dobbiamo necessariamente dimostrare qualcosa per meritare una pausa, una relazione significativa o un momento di serenità.

A volte, il punto di partenza non è fare meglio o fare di più, ma fermarsi abbastanza da tornare a sentire chi siamo e che cosa conta davvero per noi.

Riferimenti bibliografici

  • Han, B.-C. (2012; nuova edizione ampliata 2020). La società della stanchezza. Nottetempo.
  • Fromm, E. (1955). Psicoanalisi della società contemporanea. Edizione italiana, Edizioni di Comunità.
  • Fromm, E. (1961). . Frederick Ungar Publishing.